Della zuppiera in duplice copia

Mio nonno morì quando ero ancora bambino, e di lui non possiedo molti ricordi. Eppure quei pochi che la memoria ha saputo trattenere, sono infissi con tale lucidità nella mia mente che, nel rievocarli, riscopro le stesse emozioni che avevo provato un tempo, e mi par di risentir le voci, gli odori e financo i pensieri di allora.

Di mio nonno ricordo la bella persona, slanciata e dignitosa nelle movenze, in cui forse da giovanissimo mi parve d’individuare una certa affinità fisica, il che rese la simpatia che provavo per lui ancor più profonda. Tuttavia ciò che più d’ogni altra cosa lo rendeva così caro ai miei occhi, e che rafforzava quel legame che a volte può nascer solo saltando una generazione, era il suo contegno. Nelle parole e nei gesti che egli aveva per me, era insita per natura quella severità bonaria che i fanciulli preferiscono sì maggiormente trovar negli adulti; questo poiché, quando a carezzarli e a rimproverarli è la stessa fermezza, par loro di scoprire un’integrità d’intenti esemplare.

Un ricordo in particolare è serbato nella mia memoria con grande chiarezza, forse poiché fu l’ultimo che ebbi la fortuna d’aggiungervi. Mio nonno possedeva due zuppiere da insalata in fine ceramica, decorate da un tratto deciso e pulito secondo un gusto che ormai si direbbe antico, e che ben rispecchiava la sua personalità. Non saprei dire dove le avesse acquistate o se le avesse ricevute in dono, ma nella mia fantasia di fanciullo quei due oggetti erano intimamente legati alla sua figura. Anche ora, nel rievocarne l’immagine, non riesco ad ignorare quel legame che associa, con la forza d’un simbolo, la persona all’oggetto. Ad esser precisi però, solamente una delle due zuppiere può dirsi realmente importante nel mio ricordo. Questo poiché, sebbene fossero esattamente identiche, solamente una veniva utilizzata, mentre l’altra se ne stava rinchiusa dietro al vetro della credenza. Il nonno, in un vezzo dovuto forse all’età, e che proprio per l’età gli si perdonava, aveva preso abitudine di consumare tutti i pasti nella zuppiera e, dacché ho memoria, così aveva fatto senza che mai vi fosse stata eccezione. A guardar da vicino, non sono forse queste innocue stravaganze dei vecchi del tutto simili a certi capricci che i genitori più permissivi concedono ai loro figli?

Non occorreva di rado che pranzassi assieme ai miei nonni e, nel silenzio così dignitoso e composto che calava sulla tavola, mi scoprivo osservar di nascosto i lineamenti severi del nonno che mangiava. Alle volte accadeva che egli, sollevato lo sguardo e incontrati i miei occhi curiosi, schiudesse la nobile bocca in un sorriso sottile. Benché il ricordo sia ancora vivido nella mia mente, non so ora descrivere a parole l’emozione che suscitava in me quel raro gesto. I quadri immobili appesi ai muri, tra i quali riecheggiava il ticchettio della pendola nel silenzio del pasto, e la nonna seduta al mio fianco e il nonno a capotavola dietro alla zuppiera, rappresentavano le cose esattamente come dovevano essere, com’erano state da sempre e come per sempre sarebbero state. La sicurezza di trovare quel luogo immutato era la segreta ragione per cui desinarvi mi procurasse tanto piacere.

Un giorno mi accorsi che sul bordo della zuppiera correva per qualche centimetro una sottile linea nera. Dapprima la credetti essere un capello; tuttavia l’indomani la scoprii ancora presente, ed anche più lunga di qualche centimetro. Ben presto capii che si trattava di un’incrinatura, e che questa andava avanzando lungo la ceramica. Nessun’altro se n’era accorto, giacché era ben più sottile di quanto l’occhio d’un anziano potesse vedere. Vorrei poter spiegare il motivo per cui non avvertii io stesso il nonno, ma così come mi era oscuro allora, m’è adesso. Mi limitai invece a studiare di volta in volta, con attenzione quasi scientifica, il progredire silenzioso di quella cricca. Non mi interrogai mai su cosa sarebbe successo quando avrebbe raggiunto il bordo opposto della zuppiera; osservavo soltanto, nel silenzio del pasto, ascoltando il ticchettare della pendola e il rumore delle posate.

Trascorse così del tempo, abbastanza perché l’osservazione della crepa perdesse di interesse e, visto che nulla sembrava accadere, finii per dimenticarmene. Poi un giorno, alcuni mesi più tardi, mentre io e mio nonno eravamo seduti in attesa del pranzo, mia nonna, che apparecchiava la tavola, posò la famosa zuppiera sopra la tovaglia e questa, senza alcun suono, si aprì a metà come una conchiglia. Ricordo con estrema chiarezza i momenti che seguirono; dapprima mi prese un certo spavento, e poi mi scoprii attendere preoccupato la reazione del nonno. Temevo si sarebbe arrabbiato, benché non fosse di natura iraconda; magari avrebbe anche sgridato mia nonna, che pure non aveva colpa. Del resto, cercai di rassicurarmi, dal momento che la zuppiera poteva esser facilmente sostituita con la sua gemella, non era poi un gran danno quello accaduto. Mio nonno invece non si arrabbiò; rimase zitto per qualche istante, fissando con fare imperscrutabile i due cocci quasi simmetrici che aveva davanti. Poi s’alzò e, con quella che a me parve una certa solennità, li raccolse e li gettò via. Infine, mentre io e mia nonna lo osservavamo in silenzio, aprì la credenza, ma invece di prendervi l’altra zuppiera come ci aspettavamo, scelse un piatto qualsiasi e tornò imperturbato a sedersi. Non ricordo altro di quel giorno, se non che quando fu il momento di coricarsi, nella segreta intimità del mio letto, mi abbandonai ad un lungo ed inspiegabile pianto.

Pochi mesi dopo mio nonno s’ammalò d’una malattia polmonare e, senza che l’infermità riuscisse a prostrarlo nello spirito, si spense. Quando i miei genitori mi comunicarono quella notizia fui preso da grande tristezza e, tra le braccia materne, non seppi trattenere i singhiozzi. Strano a dirsi però, mi scoprii versare meno lacrime di quante ne avessi avute per la zuppiera spezzata, il che mi turbò vagamente all’epoca, e m’è oggi del tutto inspiegabile.

Molti anni più tardi, quando raggiunsi la maggior età, fui messo al corrente dei beni che mio nonno aveva voluto lasciarmi. Oltre ad un piccolo capitale ed alcuni suoi libri, nel testamento compariva la seconda zuppiera, la gemella intonsa che per tanti anni era stata chiusa dietro al vetro della credenza. Tutti si interrogarono su quella che a loro pareva una stranezza, ed io non seppi, e forse neppure volli, dare alcuna spiegazione. Mi prese invece una strana nostalgia, che fu però presto scalzata dalle mille altre preoccupazioni d’un ragazzo che si appresta a diventare uomo.

Ora che la maggior età l’ho raggiunta per più di tre volte, ripenso con piacere a quei momenti, non senza una vena di malinconia. Eppure quella zuppiera non l’ho mai utilizzata; la conservo dietro al vetro d’una credenza, ed ogni tanto le lancio uno sguardo. Forse attendo d’esser più vecchio, d’avere un sorriso più severo, d’avere un nipote. Forse invece ho soltanto paura di romperla.