Manuale di contro-conversazione

Oggi vogliamo sottoporre i lettori ad una nuovissima terapia. Per distinguerci da quella che è ormai la prassi, e forse per darci un certo tono d’originalità, lo dichiariamo subito: si tratta di una terapia in fase di sperimentazione. Invitiamo qui i lettori, apertamente e senza segreto, ad offrirsi come cavie. Diremo di più, poiché ci vogliamo nuovamente distinguere: questa terapia sperimentale è del tutto facoltativa. Siete liberi di partecipare, oppure potete smettere di leggere già ora, e andare a bere un caffè. Al bar non vi chiederanno un lasciapassare che certifichi la vostra adesione. Promesso.

Entriamo nel vivo della questione. La terapia che vorremmo oggi sperimentare non riguarda la medicina. Non si tratta di una terapia genica, ma piuttosto di una terapia igienica. Una terapia di igiene retorica, potremmo dire, prendendoci la libertà di fare un gioco di parole (una delle poche libertà rimaste).

È d’obbligo, prima di procedere, una breve premessa. Tutti noi sappiamo bene come il dialogo con gli adepti della nuova normalità sia, fatto salvo per pochissimi casi, TOTALMENTE impossibile. Non esiste alcuno spazio di confronto intelligente. Non importa quanti documenti ufficiali, dati statistici o testimonianze di esperti siano posti sul tavolo della discussione: non verrete ascoltati. Verrete piuttosto derisi, con il ghigno sinistro e assente di superiorità di chi sta per bersi una fialetta di cianuro, pensando si tratti di chinotto. Discutere con queste persone è come guidare una muta di cani che, dopo una settimana a digiuno nelle bianche distese dello Yukon, abbia adocchiato in lontananza una lepre delle nevi, e le si scagli contro, completamente fuori controllo e sorda alle richieste del conducente. (Mi perdonino i lettori più attenti, l’esempio è puramente campato per aria. Non sono mai stato nello Yukon, né tantomeno ho guidato una muta. Ho letto un po’ Jack London da ragazzino, ecco tutto.) Insomma, non c’è niente da fare. La retorica, la logica, il senso comune non soltanto non funzionano più, ma sono anzi profondamente schifati dagli adepti della nuova normalità, dagli affermazionisti, dai teleipnotizzati dell’ultima ora, dagli analfabeti per scelta disposti a rinunciare a tutto pur di non rinunciare a niente.

Basta chiacchiere magre per ora, passiamo all’esperimento. La prossima volta che vi troviate costretti a discutere con un affermazionista, non contradditelo più. Non tentate di farlo ragionare. Non imbastite un buon discorso basato su fatti comprovati, che dimostri con chiarezza scientifica una tesi. Basta, smettetela, non serve a nulla. Finora, se il vostro interlocutore tirava, come una muta impazzita, verso ovest, voi tentavate di farlo virare verso est. Questo confronto finisce ogni volta con una stasi dialettica inevitabile, e faticosissima. D’ora in poi, quando il vostro interlocutore prende a spingere verso un lato, voi dategli una gran spinta nella stessa direzione; una spinta retorica, s’intende. Anziché contestare la posizione dell’altro, ponetevi in quella stessa posizione, e gonfiatela a tal punto da renderne palese l’assurdità. Per chiarire del tutto il punto centrale, e dissipare ogni dubbio, vi proponiamo ora un esempio di “terapia igienica di contro-conversazione”, che serva al lettore come traccia guida per l’esperimento.

***

Una domenica mattina, uscendo di casa, sul ballatoio incontrate Sandro, il vostro vicino, devoto seguace del nuovo credo vaccinale. Da bravo scientista, Sandro non si domanda mai nulla e dà tutto per appurato. Fatti sbrigativamente i convenevoli, si affretta a parlarvi dei passaporti vaccinali, e di come finalmente si potrà tornare a viaggiare in sicurezza. E poi continua, costringendovi ad ascoltare le solite storielle sui nuovi vaccini, di come sia importante la sensibilizzazione, di come si debba immunizzare il gregge, eccetera eccetera. Voi scuotete il capo, e state per dire quello che pensate… STOP, fermi lì! Ricordatevi dei cani di London, ricordate l’esperimento! Provate a rispondere così:

< Sandro, io sono assolutamente contrario ai passaporti vaccinali; l’idea stessa di passaporto vaccinale è estremamente pericolosa. Lei forse lo sa già, ma lasci che le spieghi il perché: il passaporto, solitamente, è un qualcosa che si può avere oppure no. È un documento facoltativo che solamente coloro che intendono viaggiare all’estero si procurano, gli altri son ben liberi di non averlo, e certamente non ne hanno bisogno. I vari governi, promuovendo con tanta leggerezza l’idea di passaporto vaccinale, prevedono che alcuni avranno il passaporto e altri no. Questo pensiero è GRAVISSIMO, e va eradicato con forza dalla mente dei cittadini. La vaccinazione non è facoltativa, non è una vacanza alle Filippine. Lo ripeto: la vaccinazione non è una scelta, e dunque di passaporti non si deve neanche parlare. Nel più breve tempo possibile tutti saremo vaccinati, e con i passaporti vaccinali potremo incartarci il prosciutto. >

Il vostro vicino è un po’ scosso, vacilla un poco, preso alla sprovvista, ma si ricompone subito. E riattacca:

< Vero, vero… ben detto… Vaccinarsi è importante per proteggere noi e gli altri, soprattutto gli anziani. Io spero tanto che i nostri politici riescano ad imporre l’obbligo… >

Al che voi, senza fare una piega, con voce calma, quasi distrattamente, replicate:

< Ora la stupirò, ma io sono contrario anche all’obbligo vaccinale. Il vaccino è un privilegio, come l’aria che respiriamo. Quale stupido si sognerebbe mai di imporre un obbligo sulla respirazione? È un controsenso! Ecco, io credo che tutti coloro che non vorranno vaccinarsi dovranno essere lasciati liberi di perire, attaccati da mille infezioni e da mille virus. La libertà di morire è sacrosanta, e non deve togliercela nessuno! >

Sandro è un po’ confuso, non se l’aspettava. Però, cercando di non far trapelare la sorpresa, riprende a parlare:

< Già, già… e poi questi vaccini sono sicuri, lo dicono tutti i medici in televisione. Hanno fatto in fretta, sì, ma le sperimentazioni sono state fatte e i vaccini approvati. Se non fosse testato non me lo farei, ma è stato sperimentato! >

Voi ora iniziate ad infervorarvi, quasi che la posizione del povero Sandro non sia abbastanza convinta, non abbastanza a favore del regime. Mostrando una certa perplessità nei suoi confronti, accompagnata da un sorriso paternalistico, replicate:

< Eh, caro Sandro, però lei così mi diventa un no-vax. Per favore! La sperimentazione dei vaccini… che discorsi. I vaccini non vanno sperimentati; i vaccini vanno fatti. Punto! Il rapporto rischi-benefici del vaccino è positivo per definizione, qualsiasi sia la sostanza iniettata. Forse lei non si informa abbastanza, non segue abbastanza la televisione! Le pare che sul Titanic, nel tragico momento del bisogno, la gente prima di salire sulle scialuppe si è messa a questionare la qualità dei remi, o la presenza di metalli pesanti nelle chiglie? NO, no e ancora no! Se anche i vaccini costassero la vita a metà della popolazione mondiale, sarebbero comunque una grande, un’enorme vittoria per gli altri, che si sarebbero così salvati da un male ben peggiore. Non è d’accordo? >

Sandro inizia ad essere molto scosso, cerca di mostrarsi disteso, ma segretamente s’appiglia con un mano alla balaustra, come a cercare conforto:

< Bé, non saprei… forse ha ragione… però, ecco, bisogna comunque restar cauti. Io non sono contro i vaccini, eh, sia chiaro! Io me lo farò certamente, anche a costo di non poter scegliere quale. Però, ad esempio, il figlio di mia nuora ha avuto dei problemi dopo la prima dose… >

< NON POTER SCEGLIERE QUALE!? Ma che fesserie son mai queste? Quella dei danni da vaccino poi, è una vera follia. Il vaccino è intrinsecamente utile e necessario: per definizione. Mi par così elementare, ma forse non è così per tutti… Se anche, poniamo per assurdo, un domani si scoprisse che il 90% della popolazione riporterà reazioni più o meno gravi, lesioni, paralisi e, perché no, morte, i vaccini dovranno continuare ad essere inoculati a tutti, a beneficio di coloro che riportano danni trascurabili o che, fortunati loro, non ne riportano proprio. Parlare di danni da vaccino sarebbe come parlare di danni da acqua, citando tutte le persone che fino ad oggi sono affogate, senza considerare chi ci si disseta ogni giorno. Ma per favore! Se lei, per esempio, domani si fa il vaccino e rimane paralizzato a vita, non importa nulla. La posta in gioco è grande, Sandro. E va oltre la sua salute. Molto oltre. >

Sandro, a questo punto, con voce flebile cerca di ribattere, di dir qualcosa, ma voi riprendete a forza la parola, come non l’aveste sentito:

< E aggiungerò un’ultima riflessione: i governi e le case farmaceutiche devono smetterla di portare avanti questa campagna vaccinale con tanto lassismo. Basta con questa educata sensibilizzazione a “vaccinarsi”. Non dobbiamo “vaccinarci”, dobbiamo “ESSERE vaccinati”, con la forza se serve. La salute non è una scelta, e chi non vuole farsi vaccinare, anche se per validi motivi personali, deve essere costretto con i fucili. Non possiamo permetterci nessuna eccezione. Tutti devono dare il buon esempio. Tutti, anche sua nuora con il figlio; e anche lei, che si vuole scegliere il vaccino come se stesse scegliendo un nuovo materasso. >

Sandro è muto, non sa più cosa dire, vorrebbe solamente compenetrarsi nel muro e sparire come un fantasma. Voi continuate imperterriti:

< Durante i fascismi del secolo scorso sono state portate avanti forti campagne di salute pubblica contro il cancro, l’alcolismo, il tabacco. Si è visto come è andata a finire; noi non dobbiamo ripetere gli stessi errori. Dobbiamo imparare dalla Storia: abbiamo bisogno di campagne di salute pubblica MOLTO più invasive e severe, altrimenti diventiamo dei fascisti anche noi. Ha capito, Sandro, dei fascisti! Sandro, vuol fare la fine dei fascisti, lei? Sandro! Lei è fascista? >

Sandro è pallidissimo, e ora anche l’altra mano cerca disperatamente la balaustra, senza trovarla. Si guarda intorno, pregando segretamente che nessuno abbia sentito la vostra discussione.

Voi, con incredibile sdegno, e con voce forte, quasi foste un cantante di lirica, cosicché tutto il vicinato senta per bene, date il colpo di grazia:

< Dunque, caro Sandro, se mi parla di passaporti, di obbligo, o addirittura di sperimentazione, anche lei è un no-vax. E da voi negazionisti vorrei mantenere un distanziamento sociale non di due metri, ma di due chilometri. È colpa vostra se sta succedendo tutto quello che sta succedendo; se le scuole son vuote e gli ospedali pieni, se non possiamo andare in vacanza o al ristorante. È colpa vostra, ed è anche un po’ colpa sua. È colpa sua Sandro, in fondo è colpa sua. Sandro… ma cosa mi combina? Sandro! >

E uscite così di scena, con fare teatrale e celando a malapena la soddisfazione.

Questo esempio, che per strappare un sorriso al lettore abbiamo reso un poco vistoso e forse esagerato, rappresenta soltanto una delle molte possibilità della “terapia igienica di contro-conversazione”. I lettori potranno sbizzarrirsi, e sperimentare sulla loro pelle le molte declinazioni di questa semplice idea.

Ecco un altro, breve, esempio:

In risposta ad una vecchia signora che, all’aperto, vi intima di indossare la mascherina:

< Signora mia, queste mascherine sono troppo leggere e sottili, sono ridicole. La pandemia va presa sul serio, non è una festa di carnevale. Occorrono maschere professionali, con respiratore e filtri sostituibili. I governi devono provvedere in questo senso. Se i governi non hanno le risorse ancor meglio, ci penseranno le grandi corporazioni. Io ESIGO una maschera totale, che tracci anche tutti i nostri spostamenti. Fino ad allora niente. E poi la mascherina veicola in molti l’idea, assolutamente errata, che ci si possa proteggere da soli, senza fare ricorso al vaccino e alla scienza. La gente dovrebbe invece sentirsi vulnerabile e spaventata fino all’inoculazione della seconda dose. E siccome i vaccini, per mantenere l’immunità, andranno fatti ogni pochi mesi, sarà importante mantenere nelle persone un certo senso di insicurezza. Altrimenti, tutti sappiamo come andrà a finire: dopo un po’ la gente smetterà di farseli. Per questo, meglio non mettersi la mascherina che mettersela e illudersi. >

Ancora due altri casi, cambiando argomento:

Se qualcuno vi costringe ad ascoltare un discorso intriso di quel femminismo patetico che nulla ha a che vedere con il rispetto della donna e con la parità dei sessi, ma che è invece intriso di odio e disprezzo per gli uomini (e, a guardar bene, anche per le donne), voi potete giocate la “carta gender”. Ditevi profondamente scandalizzati e amareggiati che nel 2021, ancora si debbano sentire questi discorsi intrisi di tale retrogrado binarismo. Basta con questa bazzecola di uomini e donne, non siamo più nella preistoria!

Se poi vi si chiede perché non siete andati alla manifestazione per il cambiamento climatico, voi rispondete che i grandi assembramenti, soprattutto di giovani, i quali tendono a respirare molto, generano una massiccia dose di CO2. Basta manifestazioni, dobbiamo piuttosto adoperarci per oscurare il cielo con nanoparticelle, aspergere ogni cosa di scie chimiche, reprimere i comportamenti delle persone, e concedere il lusso di consumare risorse solamente a chi può permetterselo, alzando vertiginosamente i prezzi del petrolio e di altri beni “non-green”. Questo è il futuro, che ci piaccia o no. Chi non può comprarsi una Tesla non merita di farne parte, manifestazione o meno.

E così via.

***

Noi, in qualità di sperimentatori, vorremmo raccogliere le vostre esperienze, e redigere così una sorta di breve “Manuale di contro-conversazione”, dove vengano riportati e analizzati i casi più interessanti, pervenutici come aneddoti o come resoconti più dettagliati. L’efficacia di questa terapia è tutta da dimostrare, e così il rapporto rischi-benefici. Sta a voi provare. Noi decliniamo comunque ogni responsabilità.

Naturalmente, i volontari che si vorranno sottoporre all’esperimento dovranno possedere alcuni requisiti:

  • Dovranno godere di buona salute fisica e mentale.
  • Dovranno avere buone capacità comunicative.
  • Un senso dell’umorismo che, su una scala da 1 a 10, sia piuttosto spiccato.
  • Non da ultimo, occorrerà una certa faccia tosta (possibilmente non coperta da maschere o stracci di alcun genere).

Prima di concludere, spendiamo poche ma importanti parole circa l’idea che si cela dietro questo innovativo paradigma sperimentale. Stiamo cercando degli spazi di discussione alternativi a quelli che, con tanta dedizione e indottrinamento quotidiano, la narrazione prevalente sigilla ogni giorno. Le persone sanno e possono muoversi solamente nella direzione prestabilita dalla “verità” ufficiale, come fossero delle macchinine elettriche lungo una pista. Ricordate le macchinine telecomandate Polistil, che sfrecciavano veloci, sempre incastrate nel loro binario? Se tuttavia, in curva, si premeva troppo l’acceleratore, venivano sbalzate fuori dal loro solco. Le persone girano e girano come le Polistil; pensano di essere libere, ma non si accorgono di essere sempre agganciate ad un binario che qualcun altro ha messo lì per loro. Forse si può provare a pigiare l’acceleratore un poco di più, e farle così sbalzar fuori, chissà. Ma facciamolo comunque con garbo, senza aria di superiorità, senza odio, come si farebbe con un bambino che sogna ad occhi aperti e non vuole smettere. Loro ci disprezzano, noi dobbiamo avere compassione, e pazienza. Molta pazienza. Certamente però, non nascondiamo che in questo metodo di contro-conversazione si cela anche il piacere di prendersi una piccola rivincita intellettuale, un tiro mancino contro la narrazione ipnotica del discorso predominante. E contro tutti i vicini di casa del mondo, che ogni giorno ci costringono ad ascoltare le loro allucinazioni senza replicare. Ecco tutto.

Potrete inviare i vostri resoconti e le vostre esperienze a redazione@lettureserali.it Noi li raccoglieremo e li analizzeremo con cura e metodo scientifico (che, nell’accezione moderna significa: “così un po’ come viene, come ci fa comodo a noi”).

Per la tutela della privacy, nessun nome verrà pubblicato. In tutta franchezza, è probabile che non verrà pubblicato proprio niente, essendo i fondi per la ricerca scientifica molto difficili da ottenere in questo campo. (Se siete a capo di una fondazione multimiliardaria e siete interessati a finanziare questa sperimentazione, contattateci. Eventualmente, potremo discutere di un pass, di un chip sottopelle o di qualcos’altro, alla bisogna. Insomma, vedremo con calma quando sarà il momento).

Dunque, siamo giunti alla fine: ora siete pronti. Copritevi bene e andate per le strade del mondo e sperimentate la nuova “terapia igienica di contro-conversazione”. Buona fortuna.

(Articolo pubblicato originariamente su Comedonchisciotte)


Prevenire è meglio che pensare

Tra le rigogliose colline del Coventshire, in una grande villa di campagna, vivevano Bob e Melina insieme alla figlioletta Vera. Marito e moglie si dedicavano assiduamente e con incredibile premura alla cura della bambina. Fin da piccola, Vera aveva ricevute mille indicazioni circa i molti pericoli che si nascondevano oltre i cancelli della villa e, per sicurezza, le era stato fermamente proibito di abbandonare le mura domestiche. Bob e Melina, che molto amavano la figlia, la tenevano costantemente d’occhio, ed escogitavano ogni giorno nuovi modi per proteggerla. Da quando era nata, essi avevano adoperato i migliori e più costosi ritrovati della scienza medica per difenderla dalle più svariate affezioni, da quelle più antiche a quelle più recenti, da quelle più gravi a quelle più innocue, che sono in realtà le più pericolose. Vera poteva dunque stare tranquilla, dopo anni di iniezioni era praticamente protetta contro ogni rischio che la mente più fantasiosa potesse immaginare.

La bambina, nonostante le cure dei genitori, cresceva forte e sana; certo soffriva la sua reclusione, ma in fondo sapeva che era per il suo bene, anche se ogni tanto faceva i capricci: “Ti prego papà, lasciami andare a vedere i miei amici!” Ma Bob, con voce grave, era inflessibile: “Non se ne parla nemmeno. Potrai vederli solamente quando anche tutti loro saranno stati curati.” E poi aggiungeva, carezzandole la testa e parlando con tono più gentile: “Figlia mia, te l’ho già spiegato tante volte, se vuoi proteggere il gregge devi comportarti da pecorella.”

Alle volte Vera si ribellava, ma più che altro per spirito adolescenziale. Fortunatamente, i due genitori, che tenevano alla sua salute come fosse un tesoro, erano saldi nei loro principi e non ammettevano repliche: lo sanno tutti che prevenire è meglio che curare. Melina, con voce severa ma giusta, aggiungeva che, anzi: “prevenire è anche meglio che pensare.” La questione era chiusa, e non si poteva discutere. Della salute certo non si discute.

Quelle volte che Vera proprio non ne voleva sapere di farsi piantare in fronte l’ennesima siringa, Bob adottava alcuni stratagemmi per convincerla, così come fanno i genitori più pazienti. Ad esempio, aggiungeva un foglio bianco al giornale del giorno, e vi scriveva, imitando i caratteri degli altri articoli, che alcuni scienziati avevano scoperto un nuovo, terribile morbo, e che era imprescindibile sottoporsi a iniezione istantanea. Ogni tanto poi, in cambio di un invito a cena, un medico loro amico si presentava alla villa e, spaventata un poco la bambina con racconti grotteschi, la convinceva finalmente a lasciarsi curare.

Vera, che pure amava i suoi genitori, era triste, e la sua tristezza cresceva di giorno in giorno, senza che ella potesse farci alcunché. Alle volte la madre la scopriva piangere nel buio della sua cameretta: “Ma perché proprio io?” singhiozzava Vera, con il volto nascosto nei palmi, “ci sono più di sette miliardi di persone al mondo…”. Ma la madre la rassicurava con voce dolce: “Una cosa alla volta, figlia mia. Una cosa alla volta”. E, dopo averle dato il vaccino della buonanotte, le rimboccava amorevolmente la mascherina.

Gli anni passavano, e Vera era diventava una bellissima ragazza. Lasciava ancora che i genitori la curassero, ma in lei non c’erano più l’entusiasmo e la fiducia di un tempo. Non poteva certo mettere in discussione la buonafede di coloro che si erano occupati di lei fin dalla nascita, eppure cresceva segreta nel suo cuore una nuova diffidenza. I trucchetti del padre, che un tempo la facevano sorridere, ora le parevano meschini, e il comportamento della madre le pareva troppo suadente per essere disinteressato. Prendeva tutto ciò che le davano, ma lo faceva più che altro per non scontentare nessuno.

Infine, una mattina di tarda primavera, Vera stava guardando assorta dalla finestra, come spesso faceva negli ultimi tempi. Alcune nuvole velavano il sole, ricoprendo ogni cosa di una luce dai toni grigi e un poco spenti. Il suo sguardo vagava lungo le lontane colline, attraversava i boschi, si perdeva nei frutteti in fiore, e indugiava sulle sponde del fiume. Poi, all’improvviso, si alzò il vento. In un batter d’occhio le nuvole furono spazzate via e il cielo si aprì. Il sole poté finalmente tornare a stendere il suo manto dorato su tutta la campagna che, ancora bagnata dalla rugiada, prese a luccicare di mille riflessi. Vera rimase lungamente incantata nel contemplare quello spettacolo, e le parve di vedere per la prima volta ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi. Tutto era così luminoso, così bello, così giusto e semplice.

Scossa da quella visione, scese le scale e uscì silenziosamente in giardino. I genitori, che la stavano sorvegliando, si precipitarono fuori per sgridarla duramente e per riportarla dentro al più presto, prima che le succedesse qualcosa di terribile; entrambi gridavano terrorizzati all’idea di perderla, di perdere il loro tesoro. Ma Vera si limitò a dondolare piano il capo, mentre respirava il profumo terso dell’aria mattutina. Si incamminò verso l’uscita, mentre la madre la malediva e il padre, disperato, le urlava: “Lasciati almeno impiantare una qualche diavoleria, così sapremo sempre dove sei e potremo ancora prenderci cura di te, da lontano!”.
Allora Vera si voltò un’ultima volta verso Bob e Melina e si inchinò vistosamente. “Grazie, magari domani” disse, e con un sorriso fu oltre il cancello.


Massimo tre parole

Dove, armati di veridiche prove filologiche e supportati da illustre esempio, si mostra al Lettore quanto sia cosa infelice il conceder con avarizia il tempo agli scritti.

Recenti ricerche hanno permesso la riscoperta di alcuni scritti giovanili di Immanuel Kant; particolarmente interessanti sono gli studi del grande filologo Osvald M., massimo studioso dei diari segreti del filosofo tedesco. Riportiamo ora un breve estratto delle sue ricerche.

Il giovane Kant frequentò con grande profitto il collegio, tanto che si definì subito “il miglior allievo della classe”; quando poi la scelta del percorso universitario si rese necessaria, non esitò ad iscriversi alla prestigiosa università di Königsberg, anche perché, all’epoca, l’unica senza prove di ammissione.

Il primo anno, come possiamo leggere nei suoi diari, fu superato senza eccessive difficoltà, se si esclude una ripetuta bocciatura all’esame di Storia della Filosofia Contemporanea. Anche il secondo anno di studi procedette senza intoppi e con risultati eccellenti. Durante il terzo anno viene invece registrato un evento particolare, che intendo qui approfondire, anche a vantaggio delle nuove generazioni di studenti.
Nei mesi di novembre e dicembre 1743, il giovane Immanuel studiava assiduamente in vista dell’esame a scelta da lui selezionato per la sessione invernale: “Logica ed etica nel pensiero kantiano”. Quando giunse il momento di presentarsi alla prova, Kant si sentiva decisamente preparato e sicuro di sé; del resto l’esame riguardava la sua stessa filosofia, come avrebbe mai potuto non superarlo? Questo consisteva in uno scritto di dieci domande, per ognuna delle quali erano disponibili dieci righe, da completarsi in 60 minuti. Sedutosi al banco e impugnato il pennino, lesse i quesiti e li trovò estremamente facili.

Quesito numero uno: Si descriva, in massimo dieci righe, la concezione kantiana dell’etica e in che modo essa si relazioni con ciò che nel sistema si definisce “idea”. Si giustifichi la risposta con opportune citazioni dalle principali opere di Kant, con relativo commento ed analisi linguistica. Si esponga poi come quanto detto possa essere inscritto in un ragionamento più ampio, che consideri anche la sua definizione di “categoria”, la sua attitudine rispetto alla logica e le altre discipline da lui studiate, supportando il discorso con valide argomentazioni; non si dimentichi infine di tracciare un quadro storico-politico-sociale dell’epoca.

Di simile natura i restanti nove quesiti.
Il giovane Immanuel cominciò di buona lena a rispondere, ma si accorse ben presto di come qualcosa non tornasse. Dopo venti minuti stava ancora delineando l’orizzonte storico-politico-sociale richiesto nel primo quesito, senza aver minimamente affrontato gli altri punti. Quando poi, dopo mezzora, terminò quell’impossibile sintesi, si accorse di avere a disposizione una riga soltanto per affrontare il resto del quesito numero uno. Cercò allora di recuperare disperatamente il tempo perduto e si tuffò a capofitto nella seconda domanda, tentando in ogni modo di condensare la sua stessa concezione di metafisica, corredata ovviamente da citazioni delle opere che lui stesso aveva partorito, in meno di cinque righe. Così, quando il professore, frustrato forse da una carriera accademica non particolarmente brillante, annunciò che bisognava appoggiare il pennino e consegnare gli scritti, il povero Kant era riuscito a completare soltanto i primi 6 quesiti, abbozzando qualche frase sconnessa nel settimo. Massimi furono il suo sconforto e la sua frustrazione.
Quando, una volta che anche il secondo appello fosse trascorso, il professore decise di pubblicare gli esiti del primo, il giovane filosofo scoprì di aver ricevuto diciotto e pianse lungamente.
Il giorno della visione dei compiti si recò in università e attese il suo turno; quando finalmente fu chiamato a prendere il suo elaborato, sul quale era stata pasticciata in rosso la sufficienza, volle chiedere umilmente spiegazione al professore, il quale prontamente gli rispose: «Signor Kant, intanto il tenore polemico della vostra richiesta vìola irrispettosamente la mia persona, dunque vi invito ad adottare un tono differente quando vi rivolgete a me. Per quanto riguarda il vostro scritto, posso soltanto asserire che voi della filosofia kantiana avete assimilato ben poco, per non dire che non ne avete capito davvero nulla. Sapete come definirei il vostro lavoro? Eh, lo sapete? Superficiale, non avete approfondito nessun dei concetti richiesti; vi siete limitato ad accennare vagamente alcuni punti, dimostrando tra l’altro scarsa attitudine alla materia. Consentitemi infine di dire che voi, in qualità di non frequentante, non meritereste un voto migliore neppure se lo scritto lo fosse. Vi invito a ripresentarvi quando avrete studiato Kant seriamente».
Allora Kant, che si sforzava di trattenere le lacrime, osò accennare alla scarsità di spazio e di tempo a disposizione e all’impossibilità di elaborare, scrivere e addirittura pensare in quelle condizioni. Non l’avesse mai fatto! Subito l’altro montò su tutte le furie, urlando «Voi non vi dovete permettere di criticare il mio lavoro di insegnante, è CHIARO? Voi state mettendo in discussione quello che un consiglio di docenti con secolare esperienza nell’insegnamento ha stabilito. Vi rendete conto della gravità della cosa? Se ho ritenuto che un’ora fosse sufficiente e così lo fossero dieci righe, voi non vi dovete neppure sognare di contestare ciò. Mi sono spiegato? Quando qualcuno conosce realmente ciò che ha appreso, non necessita di molto tempo per pensare, né di tanto spazio per scrivere. Se non avete voglia di studiare e intendete soltanto far polemica restatevene a casa. E ora andatevene, dall’aula e anche dall’università, se volete un consiglio da amico».

Se il lettore pensa che questa scena sia stata la più triste che il povero Kant dovette affrontare, si sbaglia grandemente. Quando infatti, tornato a casa, dovette confessare ai genitori il misero esito dell’ultimo esame, questi si adirarono ancor più del professore.
La madre, che gli aveva impartito una profonda educazione religiosa di stampo pietista, non ebbe nessuna pietà. Inutili furono i tentativi di Immanuel di riportarla alla ragione: «Madre, vi prego, come potete pensare che io non abbia studiato? Del resto l’esame riguardava me stesso, come accidenti mi si può ritenere superficiale nella conoscenza della mia stessa maledetta filosofia?» diceva lui mentre, iniziando ad accorgersi dell’assurdità di quella situazione, si andava scaldando.
«Non ti giustificare» gridava lei piangendo con il volto nascosto dietro ai palmi, «se non hai più voglia di studiare non inventare sporche menzogne almeno; inficia la tua media, ma non l’onestà della famiglia. Se avessi saputo di questo giorno, forse non ti avrei mai dato alla luce».
A quel punto intervenne il padre e, con voce ferma e minacciosa, disse «Immanuel, hai deciso di gettar via la tua carriera accademica, quella stessa che io e tua madre, con tanti sacrifici, ti abbiamo permesso di seguire. Ora ti appelli a scuse meschine, insultando la tua e la nostra intelligenza; non hai più rispetto di niente e di nessuno. Non sei più un uomo ai miei occhi».
Poi, essendo egli un ben conosciuto sellaio, non ebbe difficoltà a trovare un lungo laccio di cuoio e ne fece lungo uso sul figlio.
Gli studiosi moderni non sanno ancora dire se, alla fine di quella infelice scena, molte ore dopo, fosse più conciato il cuoio o il didietro di Kant stesso.

Va detto che il filosofo tedesco si laureò ugualmente, ripetendo l’esame con un altro professore che, dopo averlo interrogato in una prova orale, gli diede trenta e lode, complimentandosi per la conoscenza approfondita della materia.
Qualche anno più tardi divenne anch’egli docente universitario e cominciò a insegnare. Quando dovette preparare il testo dell’esame, il primo quesito recitava così:

Quesito uno di undici: Si descriva la storia del pensiero occidentale, prestando particolare attenzione agli aspetti storici e sociali intercorsi tra l’invenzione della scrittura e il secondo Illuminismo. Si giustifichi la risposta con opportune citazioni dalle principali opere scritte in questo periodo, con relativo commento ed analisi linguistica. Si esponga poi come quanto detto possa essere inscritto in un ragionamento più ampio, che consideri anche la filosofia scolastica, la storia delle religioni in generale e le metafisiche orientali, supportando il discorso con valide argomentazioni. Massimo dieci righe.

Tempo a disposizione: trenta minuti.

Non intendo ora esprimermi circa la morale di ciò che è stato qui riportato; eppure lasciate che vi chieda: quale insegnamento ritenete si possa trarre da tutto ciò?
Si scriva un significante elaborato di massimo tre parole.