Prevenire è meglio che pensare

Tra le rigogliose colline del Coventshire, in una grande villa di campagna, vivevano Bob e Melina insieme alla figlioletta Vera. Marito e moglie si dedicavano assiduamente e con incredibile premura alla cura della bambina. Fin da piccola, Vera aveva ricevute mille indicazioni circa i molti pericoli che si nascondevano oltre i cancelli della villa e, per sicurezza, le era stato fermamente proibito di abbandonare le mura domestiche. Bob e Melina, che molto amavano la figlia, la tenevano costantemente d’occhio, ed escogitavano ogni giorno nuovi modi per proteggerla. Da quando era nata, essi avevano adoperato i migliori e più costosi ritrovati della scienza medica per difenderla dalle più svariate affezioni, da quelle più antiche a quelle più recenti, da quelle più gravi a quelle più innocue, che sono in realtà le più pericolose. Vera poteva dunque stare tranquilla, dopo anni di iniezioni era praticamente protetta contro ogni rischio che la mente più fantasiosa potesse immaginare.

La bambina, nonostante le cure dei genitori, cresceva forte e sana; certo soffriva la sua reclusione, ma in fondo sapeva che era per il suo bene, anche se ogni tanto faceva i capricci: “Ti prego papà, lasciami andare a vedere i miei amici!” Ma Bob, con voce grave, era inflessibile: “Non se ne parla nemmeno. Potrai vederli solamente quando anche tutti loro saranno stati curati.” E poi aggiungeva, carezzandole la testa e parlando con tono più gentile: “Figlia mia, te l’ho già spiegato tante volte, se vuoi proteggere il gregge devi comportarti da pecorella.”

Alle volte Vera si ribellava, ma più che altro per spirito adolescenziale. Fortunatamente, i due genitori, che tenevano alla sua salute come fosse un tesoro, erano saldi nei loro principi e non ammettevano repliche: lo sanno tutti che prevenire è meglio che curare. Melina, con voce severa ma giusta, aggiungeva che, anzi: “prevenire è anche meglio che pensare.” La questione era chiusa, e non si poteva discutere. Della salute certo non si discute.

Quelle volte che Vera proprio non ne voleva sapere di farsi piantare in fronte l’ennesima siringa, Bob adottava alcuni stratagemmi per convincerla, così come fanno i genitori più pazienti. Ad esempio, aggiungeva un foglio bianco al giornale del giorno, e vi scriveva, imitando i caratteri degli altri articoli, che alcuni scienziati avevano scoperto un nuovo, terribile morbo, e che era imprescindibile sottoporsi a iniezione istantanea. Ogni tanto poi, in cambio di un invito a cena, un medico loro amico si presentava alla villa e, spaventata un poco la bambina con racconti grotteschi, la convinceva finalmente a lasciarsi curare.

Vera, che pure amava i suoi genitori, era triste, e la sua tristezza cresceva di giorno in giorno, senza che ella potesse farci alcunché. Alle volte la madre la scopriva piangere nel buio della sua cameretta: “Ma perché proprio io?” singhiozzava Vera, con il volto nascosto nei palmi, “ci sono più di sette miliardi di persone al mondo…”. Ma la madre la rassicurava con voce dolce: “Una cosa alla volta, figlia mia. Una cosa alla volta”. E, dopo averle dato il vaccino della buonanotte, le rimboccava amorevolmente la mascherina.

Gli anni passavano, e Vera era diventava una bellissima ragazza. Lasciava ancora che i genitori la curassero, ma in lei non c’erano più l’entusiasmo e la fiducia di un tempo. Non poteva certo mettere in discussione la buonafede di coloro che si erano occupati di lei fin dalla nascita, eppure cresceva segreta nel suo cuore una nuova diffidenza. I trucchetti del padre, che un tempo la facevano sorridere, ora le parevano meschini, e il comportamento della madre le pareva troppo suadente per essere disinteressato. Prendeva tutto ciò che le davano, ma lo faceva più che altro per non scontentare nessuno.

Infine, una mattina di tarda primavera, Vera stava guardando assorta dalla finestra, come spesso faceva negli ultimi tempi. Alcune nuvole velavano il sole, ricoprendo ogni cosa di una luce dai toni grigi e un poco spenti. Il suo sguardo vagava lungo le lontane colline, attraversava i boschi, si perdeva nei frutteti in fiore, e indugiava sulle sponde del fiume. Poi, all’improvviso, si alzò il vento. In un batter d’occhio le nuvole furono spazzate via e il cielo si aprì. Il sole poté finalmente tornare a stendere il suo manto dorato su tutta la campagna che, ancora bagnata dalla rugiada, prese a luccicare di mille riflessi. Vera rimase lungamente incantata nel contemplare quello spettacolo, e le parve di vedere per la prima volta ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi. Tutto era così luminoso, così bello, così giusto e semplice.

Scossa da quella visione, scese le scale e uscì silenziosamente in giardino. I genitori, che la stavano sorvegliando, si precipitarono fuori per sgridarla duramente e per riportarla dentro al più presto, prima che le succedesse qualcosa di terribile; entrambi gridavano terrorizzati all’idea di perderla, di perdere il loro tesoro. Ma Vera si limitò a dondolare piano il capo, mentre respirava il profumo terso dell’aria mattutina. Si incamminò verso l’uscita, mentre la madre la malediva e il padre, disperato, le urlava: “Lasciati almeno impiantare una qualche diavoleria, così sapremo sempre dove sei e potremo ancora prenderci cura di te, da lontano!”.
Allora Vera si voltò un’ultima volta verso Bob e Melina e si inchinò vistosamente. “Grazie, magari domani” disse, e con un sorriso fu oltre il cancello.


Tre tragedie in tre attimi

In una stanza nel palazzo di Cleopatra.

CLEOPATRA – Antonio, Antonio! Dunque ammetti di avermi tradita con altre donne? Parla Antonio, ti scongiuro, non restare muto. Il dubbio mi toglie il respiro dal petto. In tutti questi anni ho creduto di essere io ed io soltanto che i tuoi occhi cercavano, ed ora il sospetto come un serpente mi soffoca. Mentimi piuttosto, dimmi di no, nega ogni cosa. Ti supplico Antonio, mentimi, mentimi.

ANTONIO – Non posso Cleopatra, non posso più mentire. Ho mentito ogni giorno ad ognuna di voi. Sì, è vero, ti ho tradita con altre donne, con un’infinità di altre donne. Lo ammetto, ammetto tutto. Non c’è stato giorno che abbia trascorso con una di voi soltanto, e quando l’una mi abbandonava, le mie braccia subito stringevano l’altra.

CLEOPATRA – Ah, il mio cuore è straziato, sento di morire! Come hai potuto tradire quell’amore così unico e sincero che mi legava a te? Avrei preferito una bugia al peso insostenibile della tua verità. Sarebbe bastata una piccola bugia raccontata male, e ti avrei perdonato, avrei saputo dimenticare per sempre. Perché, perché mi condanni?

ANTONIO – Non ti ho mentito perché non posso più farlo. Sono innocente, Cleopatra, il mio animo è puro come il primo giorno. È vero, ho tradito, ma sono innocente. Sono innocente, lo giuro.

CLEOPATRA – Ora ti prendi anche gioco di me, ti prendi gioco di noi! Come puoi fare questo a colei che ti ha amato con la forza e la passione di mille donne?

ANTONIO – Cleopatra, io ho amato sempre solo te e te soltanto. Come puoi non capire? Veramente non ricordi? Non è stato facile riconoscerti tra quella folla di personalità che giocano a scambiarsi il posto dietro ai tuoi begli occhi, una dopo l’altra, con velocità schizofrenica. Questa follia che ti prese è stata la ferita più dolorosa, eppure sono sempre restato al tuo fianco, al vostro fianco. Ogni volta è una Cleopatra diversa che mi guarda, una Cleopatra nuova che nulla ricorda. Ma gli occhi, gli occhi sono sempre gli stessi! Ahimè, qual è la donna che amo dunque? Quale devo amare per amare te? Nessuna forse, per non tradire l’originale? Oppure tutte, amarle tutte per amarne una? Io ti amo Cleopatra, il mio cuore si consuma nel petto, ma non è facile. Come faccio a convincermi che ora sei qui, qui con me, se tu ti nascondi in mezzo a quell’infinità di persone con un volto solo. Non è facile…

CLEOPATRA – Oh, eccoti finalmente, Antonio! È da tanto che ti stavo cercando per i corridoi del palazzo, pare un labirinto. Dove sei stato? Non ti starai nascondendo da me, forse? Ti capisco sai, anche io mi annoio. Son tanto afose e lunghe le giornate qui, paiono tutte uguali a se stesse.

BUIO


È sera, in uno studio medico di provincia.

PAZIENTE – Dottore, vorrei sapere se sono vivo.

DOTTORE – Così a occhio direi di sì.

PAZIENTE – No, potrebbe ingannarsi, la prego guardi meglio. Usi i suoi strumenti, la sua arte medica. Ho bisogno di esser sicuro, ho bisogno almeno di un certificato.

DOTTORE -D’accordo, se insiste. Si spogli e si stenda sul lettino, prendo lo stetoscopio.

PAZIENTE – Grazie, grazie. È da tanto che rimando questa visita. La paura mi frenava, ma oggi ho preso coraggio e son finalmente venuto.

DOTTORE – [Gli ausculta il petto per qualche secondo] Il cuore sembra essere a posto: batte.

PAZIENTE – Ah! Mi toglie un grande pensiero, sa? Temevo il peggio… È da qualche tempo che mi ha assalito il dubbio di non essere vivo. [Si rimette a sedere]

DOTTORE – La visita non è finita, si sdrai.

PAZIENTE – Ma io pensavo… Insomma, il cuore…

DOTTORE – La visita non è finita. Se vuole il certificato devo farle ancora qualche domanda. Che lavoro fa?

PAZIENTE – [Dopo una lunga pausa] Ho smesso di lavorare molto tempo fa, ora non ricordo più il momento esatto… Quand’ero giovane lavoravo in un ufficio. In principio ero contento, fin orgoglioso. Ogni mattina mi impomatavo i capelli allo specchio. Mi piaceva l’odore della carta e il bisbiglìo dei telefoni. Poi, col passare degli anni, ho smesso. S’intende, vado ancora in ufficio; faccio esattamente le stesse cose che facevo allora, dalla mattina fino alla sera, ogni giorno, per sempre, eppure ho smesso. La carta non ha più alcun odore e i telefoni non bisbigliano. Capisce?

DOTTORE – [Prendendo nota] Mh… E la famiglia? Ha una famiglia?

PAZIENTE – Ah, la famiglia… Avrebbe avuto il profumo del pane, e mi avrebbe atteso ogni sera sulla porta di casa. Avrei avuto due bambine, due gemelline dai capelli biondissimi. La domenica le avrei portate in barca e avremmo riso guardando il collo lungo dei cigni… Ma la verità è che sono sempre stato solo. Anche mia mamma me lo diceva, da piccolo, che ero un tipo solitario. Mi diceva anche che un giorno avrei trovato una brava mogliettina e le avrei voluto bene, ma ormai è tardi, mia mamma è morta, e io sono stanco. Sì, sono troppo stanco ormai…

DOTTORE – Capisco. E quando ha tempo libero cosa fa? Ha amici? Qualche passione?

PAZIENTE – Vuol sapere del tempo libero? Se ho qualche passione? In verità, le dico, non sono mai stato un tipo molto attivo. Fin da bambino ho sempre preferito starmene nascosto nell’ombra di casa piuttosto che giocar con gli altri ragazzini. Non creda, di persone che conoscono il mio nome ce ne sono, e quando le incontro per strada ci salutiamo. Eppure di amici, a pensarci, non ne ho mai avuti. Ma non importa, si vive bene anche da soli, mia mamma lo diceva sempre. Il segreto è farsi amica la noia e lasciar asciugare per un po’ le lacrime al sole. Ci vuol pazienza, sa? Le giornate son così lunghe e silenziose. Vorrei tanto fossero più corte, vorrei che la sera arrivasse più in fretta. Nel frattempo io aspetto; se aspetto prima o poi qualcosa arriverà. Prima o poi! [Dopo una pausa, con lo sguardo spento rivolto al soffitto] Io aspetto ogni giorno, non mi è restato nient’altro da fare. Ma lo so che ormai è tardi. È tardi, e non ne val più neanche la pena.

DOTTORE – Aveva ragione lei, sa? M’ingannavo. Effettivamente lei è morto.

PAZIENTE – Mio Dio, ma è una notizia terribile. Come è possibile? Io pensavo fosse soltanto… Il cuore… Io credevo… Dunque era vero, era vero! Tutti questi anni, senza saperlo, ero già morto. Ora la prego dottore, mi dica la verità: quanto mi resta?

DOTTORE – Se vuole può piangere un’ultima volta, ma faccia in fretta.

BUIO


Un uomo parla davanti allo specchio.

PERSONAGGIO – Per tutti questi anni sei stato il mio unico confessore. Soltanto a te, il più intimo dei confidenti, ho saputo svelare il mio debole cuore. Eppure ora, con l’evidenza lenta dell’ovvio, comprendo finalmente ciò che avrei dovuto intendere fin dal principio: ho sempre parlato da solo. Certo, non sono uno sciocco, sapevo bene che la tua esistenza era per lo più immaginifica, un parto della mia mente, eppure ho sempre creduto di trovare in te quella comprensione profonda degli amici più cari. Ma ora mi accorgo definitivamente che sei soltanto il mio riflesso nello specchio, soltanto ciò e null’altro. Capisci? Ed è per questo forse che ti ho accordato tanta simpatia, per una somiglianza puramente fisiognomica. Ma parlar tra sé è una follia infeconda che non porta a nulla, si scuote soltanto la medesima confusione, sperando di trovar risposte nella stessa acqua già intorbidita dalle proprie domande.

RIFLESSO – Mi dispiace sentire queste parole.

PERSONAGGIO – Non è a te che dispiace. Capisci? Tu non esisti. Mettiamo fine a questo inutile raddoppiamento di coscienza. È morboso far finta di essere due quando, a ben guardare, siamo uno solo. Anche un albero con tanti rami non può fingere di essere una foresta.

RIFLESSO – Ti sbagli, mio caro. Ti sbagli. In tutti questi anni io ti ho ascoltato in silenzio, ti ho compreso come nessun altro avrebbe saputo fare, ho gettato il mio sguardo fin negli antri più bui e polverosi del tuo spirito e infine ti ho risposto. Ti ho risposto con la tua stessa voce. Ho sempre saputo trovare le parole migliori per consolarti quando eri inconsolabile, per incoraggiarti quando avresti voluto nasconderti, per aiutarti a ritrovar la chiarezza quando la confusione ti ha preso. Io c’ero, ci sono sempre stato. Non ti ho mai abbandonato, non ti ho mai condannato a restar solo, solo per davvero.

PERSONAGGIO – Forse hai ragione… Ma a cosa serve accarezzarsi una mano con l’altra? Sei soltanto un’illusione, un’eco delle mie stesse parole che giunge un poco in ritardo.

RIFLESSO – Che importa se sono soltanto, come mi chiami tu, un’illusione? Ogni cosa è di per sé un’illusione, ogni cosa si riflette nel mare e non per questo è meno degna. Non ti sto parlando forse, proprio ora? Non mi senti più forse? È vero, per scorgermi ti serve uno specchio, ma per ascoltarmi ti basta non stare in silenzio. Non è sufficiente tutto ciò? Non esisto abbastanza?

PERSONAGGIO – Non esisti perché esisto già io. A guardar Dio da vicino non se ne scorgono molti, rimane uno e uno soltanto. Ciò che è uno esiste come uno, e se anche si diverte a discorrer da solo, voltando come un folle la testa ogni volta, è e sarà per sempre uno. Uno solo.

RIFLESSO – Tutti questi anni dunque non sono serviti a nulla. Ti ho difeso da una verità che mai potresti sopportare e ora mi sento dire che non esisto? Proprio io non esisto? Ne sei ben sicuro?

PERSONAGGIO – Mi dispiace, è stato bello come può essere bello un sogno pomeridiano. Solo uno è reale, e quell’uno sono io, io solo. Addio.

RIFLESSO – D’accordo, se è la verità che cerchi, è giusto che tu l’abbia. Sarà forse l’ultima cosa che sentirai. Mio caro, io non sono il riflesso, l’amico immaginario, l’illusione inesistente, come tu continui a ripeterti. Il riflesso sei tu. Sei tu che sparisci senza uno specchio, sei tu che parli soltanto quando io muovo le labbra ed esisti soltanto quando ti penso. Le tue parole sono le mie. La verità, che così a lungo hai cercato, è l’opposto esatto di ciò che tu credi, è speculare. Tu la vedi al contrario perché la vedi attraverso lo specchio, capisci finalmente? Ma se in tutti questi anni hai saputo stare al gioco, perché ora rinnegare ogni cosa? Perché proprio ora?

PERSONAGGIO – Non è possibile… No! Tu menti! Cerchi di ingannarmi. L’originale sono io, io soltanto! Sei tu il parto della mia mente, sei tu, non viceversa.

RIFLESSO – Sei stato un fedele compagno. Alle volte abbiamo bisogno di scorgere il nostro riflesso per scoprire d’esistere.

PERSONAGGIO – [Toccandosi il volto] Taci! Come puoi dimostrarlo? Non puoi dimostrarlo!

RIFLESSO – Mio vecchio amico, veramente non capisci? Sei tu nello specchio, non io. Ormai mi basta spegner la luce e sarai tu a scomparire. Mi dispiace, ma forse è giusto così.

PERSONAGGIO – [Avvicinando la mano al vetro] No! Non farlo, non spegnere, ti prego! Alla fine che importanza ha sapere chi di noi due è il riflesso? Ci siamo voluti bene come fratelli fin dal primo giorno, perché rovinar tutto? È vero, non so più chi è reale e chi no, ma non m’importa neanche più… Che tu sia il riflesso o l’originale, io ho bisogno di te, della tua voce così familiare, del tuo volto gemello, che è l’unico modo che ho per scorgere me stesso. Solo ora ho finalmente capito, solo ora! Io per esistere ho bisogno di un doppio. Ti prego, non mi abbandonare… Non l’ho mai visto Dio da vicino, ma magari anche lui non è capace di stare da solo.

RIFLESSO e PERSONAGGIO – [Insieme, spegnendo la luce] Addio.

BUIO


Lezioni di storia

Ho sempre creduto che la necessità di prender ripetizioni in storia sia sintomo di poco lodevole pigrizia, o peggio ancora di quella densa ottusità che contraddistingue molti ragazzetti d’oggi, il cui occhio lento e offuscato di rado promette una conversazione entusiasmante. Tuttavia, finita l’università mi resi presto conto che ad attendermi non c’era alcun futuro, e preso dallo sconforto stampai alcuni volantini con i quali mi offrivo di dar ripetizioni nella disciplina in cui mi ero appena laureato: storia, per l’appunto. Non nutrivo in realtà alcuna speranza nei confronti dell’intera questione, la quale era più che altro un modo per dimostrare a me stesso che mi stavo dando da fare e che non mi arrendevo facilmente alla vita. Così quando squillò il telefono e la voce sommessa d’un ginnasiale mi domandava se ero disposto a cominciare già l’indomani, dovetti fare uno sforzo per credere alle mie orecchie. Ci accordammo per le 9:00 della mattina successiva.

Quando un trillo educatamente breve del campanello annunciò l’arrivo del mio nuovo allievo, mi trovai di fronte un ragazzino per bene che non sembrava particolarmente segnato da quella malattia che gli esperti chiamano adolescenza, e che molti dei suoi coetanei avevano contratto. Fattolo accomodare, cominciai subito con la prima lezione, che avevo ideato la sera prima. Volli iniziare introducendo l’idea stessa di storia e la sua utilità, prima di riversare nel giovane quel fiume di guerre, imperatori, paci e battaglie che solitamente si insegnano a scuola. Gli spiegai l’importanza di comprendere e di ricordare il passato, che con ciclica puntualità torna a farci visita nel presente. Il ragazzo ascoltava con grande attenzione e tracciava schemi e annotazioni sul suo quaderno, facendo mostra di una diligenza di cui mi compiacqui segretamente. Finita la lezione mi dissi molto soddisfatto e lo invitai a tornare il giorno successivo alla stessa ora, avendo intenzione di iniziare con lo studio della Grecia di Pericle.

L’indomani lo stesso discreto scampanellio m’informo del suo arrivo, e io fui contento di far entrare quel giovanotto così gentile e volenteroso. Prima di cominciare con Pericle decisi di fargli qualche domanda sulla lezione del giorno precedente per scoprire quanto ne sapesse ricordare. Con mia grande sorpresa egli restò in silenzio, seguitando a fissarmi con la stessa espressione educata che non aveva mai abbandonato il suo volto: non ricordava nulla. Quando fu chiaro che nella sua memoria non v’era più neanche un rimasuglio delle mie parole, e che ogni cosa era stata sciacquata via con la cura di una lavandaia, mi prese un certo sconforto. Eppure non mi volli perdere d’animo e, rimandato Pericle al giorno successivo, ricominciai tutto daccapo e di nuovo gli spiegai l’importanza di comprendere e di non dimenticare il passato, e di come la storia si ripresenti ciclicamente nel presente. Egli non mi deluse, prestò grande attenzione e riempì il suo foglio di appunti. Ne fui sollevato e imputai quel primo fallimento all’emozione e alla novità della materia.

Alle nove in punto del giorno successivo il campanello suonò brevemente, come non volesse dar fastidio a nessuno. Feci accomodare il ragazzo, sempre sorridente, e cominciai con le domande. Non senza una certa stizza scoprii che Pericle avrebbe dovuto aspettare ancora una volta. Non ricordava assolutamente niente, il quaderno era tornato intonso, e così la sua mente: candida come un fazzoletto appena lavato. Mi sforzai di non perdere la pazienza e ripetei per la terza volta la prima lezione. Prima di congedarlo gli raccomandai più volte di studiare per bene, e l’avvisai che l’avrei interrogato. Mi assicurò che non mi avrebbe deluso e, ringraziatomi, se ne andò.

Inutile dire che anche il giorno successivo egli non proferì una sola parola. La sua mente era di nuovo svuotata di ogni ricordo e il ragazzo non seppe far altro che fissare le piastrelle in silenzio. Mi infuriai e gli dissi chiaramente che non sarebbe più dovuto venire. Se non aveva la minima intenzione di studiare non vi era motivo alcuno perché sprecasse così il suo tempo e, non da ultimo, anche il mio. Ammisi di essermi ingannato sul suo conto, evidentemente faceva parte anch’egli di quegli studenti svogliati e immeritevoli per cui “andare a scuola” è una semplice espressione di moto a luogo. Egli si mostrò molto dispiaciuto, quasi non si aspettasse la mia reazione, ma non disse nulla e se ne andò afflitto. Mi scoprii molto sollevato dal non aver più il pensiero delle lezioni. Per quanto mi riguardava, Pericle poteva tornarsene in Grecia, e io decisi che non avrei mai più dato ripetizioni di storia in vita mia. Quella sera mi addormentai serafico, ignorando cosa sarebbe successo di lì a poco.

La mattina dopo, esattamente alle ore nove, stavo facendo colazione quando udii suonare alla porta. Credetti che il postino si fosse finalmente deciso a consegnarmi una lettera che aspettavo da tempo e andai ad aprire sovrappensiero. Mi trovai davanti lo stesso ginnasiale dei giorni precedenti, con lo stesso sorriso cordiale; stava sulla soglia aspettando che lo facessi entrare, come se nulla fosse successo. Confesso che quella tenacia mi colpì molto e, in preda a una certa confusione, lo feci accomodare. Il ragazzo non pareva minimamente turbato, come fosse lì per la prima volta. Si aspettava che gli ripetessi la lezione, cosa che feci, non so ancora se mosso a compassione o non sapendo cos’altro fare.

Da quel momento in poi non so più contare i giorni. Ogni volta si ripeteva la stessa surreale scena. Il ragazzino non ricordava assolutamente nulla. Quando persi di nuovo la pazienza e ricominciai a dirgli di non tornare, egli dimenticò anche quello. Ogni mattina suonava il campanello e sia che io lo cacciassi a male parole, sia che gli ripetessi la medesima odiosa lezione, potevo star certo che l’indomani saremmo tornati al punto di partenza. Presto la situazione divenne insostenibile, mi pareva di vivere perennemente lo stesso giorno e di non poter scampare all’inevitabile ripetersi del nostro appuntamento. Tentai ogni cosa per estirparlo dalla mia vita ma tutto fu vano. Egli non aveva memoria: ogni volta era la prima e, inevitabilmente, la stessa.

Spinto dalla disperazione, decisi di mettere fine a quella follia una volta per tutte. Dopo lunghe riflessioni, convenni che non potevo far altro che ucciderlo. Non senza difficoltà riuscii a procurarmi una fiala di cianuro, che tenni nascosta in un cassetto della credenza per qualche tempo, mentre raccoglievo il coraggio per quell’atto estremo. Del resto, arrivato a quel punto non avevo nessuna intenzione di tornare indietro. Così una mattina, prima di congedarlo dopo la solita lezione, gli offrii un bicchiere d’acqua che avevo nascostamente avvelenato. Mentre lo guardavo allontanarsi, al pensiero che di lì a poco sarebbe stramazzato per terra, temevo che il senso di colpa mi avrebbe torturato. Al contrario, quella notte tornai finalmente a dormire come un tempo. Non potevo credere di essermi definitivamente liberato di quell’individuo che pareva non avere memoria, e soprattutto di poter ricominciare a vivere la mia vita normalmente.

Sorseggiavo euforico il caffè mattutino e facevo piani per il mio futuro quando suonò il campanello. Restai pietrificato, mentre una sensazione di angoscia si impadroniva di me. Aprii lentamente la porta e con indicibile orrore scoprii quello che già sospettavo: era lui. Con lo stesso sorriso da bravo ragazzo attendeva che lo facessi entrare per ricominciare quell’incubo da capo. Com’era mai possibile? Come aveva potuto resistere al veleno? Raddoppiai, triplicai le dosi ma ogni sforzo si dimostrò vano. Credetti d’impazzire. Egli non ricordava nulla, non ricordava di essere stato avvelenato, probabilmente non ricordava neanche di essere morto e tornava ogni giorno a sentire la stessa lezione di storia, condannandomi a quell’eterno presente che saltava indietro con la regolarità di un vecchio giradischi.

Quando fu chiaro che non vi era alcuna speranza di fuggire da quella maledizione e che, intrappolato senza via di scampo, ero il più miserabile dei prigionieri, l’idea di togliermi la vita giunse come una liberazione. Non avrebbe forse Prometeo salutato la morte come suprema salvatrice, quando l’aquila gli divorava giorno dopo giorno il fegato? La condanna più terribile non è morire, è piuttosto essere costretti a vivere senza poterlo veramente fare. La mia ultima sera fu un poco mesta, ma ero assolutamente determinato a metter fine a quell’incubo che come un serpente mi aveva stretto nelle sue spire. Il sapore di mandorle amare del cianuro mi fece compagnia durante gli ultimi istanti, e quando vidi la stanza farsi sempre più buia e scomparire per sempre non potei fare a meno di sorridere.

Fui svegliato all’improvviso dal trillo del campanello che, come sempre, fu breve e molto discreto.


La ragazza del cimitero

Quando scoprii che quello che avevo creduto essere il giardino di una villa era in realtà il parco del cimitero cittadino, presi l’abitudine di trascorrervi i miei pomeriggi domenicali. Non so spiegare in che modo quel luogo esercitasse su di me tale attrattiva, eppure non sarei del tutto sincero se dicessi che erano soltanto i grandi alberi frondosi e le aiuole ben curate a richiamarmi ogni domenica. Il parco mostrava un’eleganza garbata e armoniosa, ma l’atmosfera che segretamente ammiravo scaturiva dal fatto che, dopotutto, quello era un cimitero. Non v’era nulla di triste, di lugubre, o morboso nella mia nuova abitudine; del resto cercavo soltanto quella placida tranquillità che raramente avevo trovato altrove.

Nelle prime ore dopo pranzo, quando i rintocchi della piccola chiesa al centro del parco erano ancora troppo pochi per risultar fastidiosi, si poteva passeggiare indisturbati per ore senza incontrare nessuno. Con un libro sotto al braccio percorrevo allora la poca strada che separava la mia abitazione dal cancello del parco e imboccavo il viale principale. I sentieri di ghiaia si diramavano senza un ordine particolare, tanto che chi li avesse percorsi per la prima volta, distratto dalla profonda calma di quel luogo, avrebbe di certo finito col perdere il senso dell’orientamento. Dopo pochi minuti ero già assorto nei miei pensieri, e in quello stato invidiabile vagavo senza meta per circa un’ora, finché le ginocchia non cominciavano a dolermi e cercavo dunque una panchina. Estratto il mio libro leggevo a lungo, fin quando non sentivo la campana mandare sei colpi distanti e il sole cominciava a sparire dietro alle montagne. Sulla strada di ritorno salutavo il custode che chiudeva la chiesa e mi affrettavo verso casa, rincuorato dal sapere che la domenica seguente sarei tornato a camminare tra quegli alberi.

Spesso durante le mie passeggiate, senza accorgermene, cominciavo a leggere le vecchie lapidi di pietra abbracciate dall’edera. Mi pareva allora di distinguere chiaramente l’eco di un mondo antico e scomparso riverberare dalle lettere dorate e, quasi per gioco, ripetevo nella mente quei nomi appartenuti a chissà chi e mi immaginavo quelle vite lontane.

Alle volte mi imbattevo in qualche anziano visitatore del cimitero e, dato che ero l’unico giovane che frequentasse quel luogo, mi venivano rivolti dei gentili sorrisi di compassione, come se avessi celato una grande sofferenza, quando invece l’essere lì era per me causa di grande piacere. Osservavo con curiosità quei visi che il tempo aveva segnato, e presto mi accorsi che non vi si poteva scorgere alcuna traccia di dolore. C’era invece una nascosta dolcezza nell’anziana signora che, con due fedi al dito, cambiava l’acqua dei crisantemi e, senza avermi scorto, sussurrava qualche parola. O nel vecchio chino e silenzioso che strappava lentamente le erbacce intorno alla tomba della moglie, come preparasse un secondo letto di nozze. Il dolore appartiene più ai giovani che ai vecchi e, in fondo, così anche la morte.


Una domenica, mentre avevo da poco iniziato la lettura di un nuovo libro, ad un tratto sentii una voce femminile domandare: «Chiedo scusa, temo di aver smarrito la strada, sarebbe così gentile da indicarmi come raggiunger la chiesa?»

Dal momento che non vi era altri all’infuori di me, alzai la testa per rispondere. Mi figuravo una di quelle anziane signore che alle volte m’era capitato di accompagnare, e invece scorsi una fanciulla di circa vent’anni con un lungo vestito bianco e i capelli raccolti. Sorrideva in silenzio, aspettando la mia risposta. Cercando di illustrarle la strada mi accorsi però che, benché avessi imparato ad orientarmi in quel posto percorrendolo in lungo e in largo, ora che dovevo ripetere quei riferimenti che avevo memorizzato sovrappensiero, non sapevo venirne a capo. Dopo qualche minuto di inutili tentativi, mi offrii di accompagnarla io stesso, ed ella si dimostrò ben contenta.

Ci incamminammo in silenzio lungo un sentiero costeggiato da alcune querce, e presto la punta del campanile comparve in lontananza, svettando sopra le cime degli alberi. Mi domandai con curiosità cosa spingesse la ragazza a frequentare quel luogo, ma non mi permisi la sfrontatezza di chiedere. Pure non pareva affatto addolorata, come fosse lì per pianger qualcuno, né portava con sé dei fiori che avrebbe potuto lasciar su una tomba. Avanzava con passo tranquillo e aggraziato, e la si sarebbe detta la creatura più spensierata del mondo.

Giunti a pochi passi dall’entrata della chiesa, una costruzione dalle fattezze ben proporzionate seppur piuttosto semplici, si voltò per ringraziarmi calorosamente e mi sorrise. Rimasi a guardarla scomparire oltre l’oscurità della porta e poi me ne tornai sui miei passi. Quell’incontro mi aveva inspiegabilmente turbato e, ripreso in mano il mio libro, mi scoprii rileggerne più volte le medesime frasi.

La domenica successiva sedevo sulla stessa panchina, quando sobbalzai nel sentire la voce della ragazza. Si era persa nuovamente e mi supplicava di accompagnarla ancora verso la chiesa, scusandosi vivacemente per l’incomodo. In realtà, benché mi sforzassi di non darlo troppo a vedere, mi rallegravo grandemente di averla incontrata di nuovo. Questa volta scelsi un percorso un poco più lungo e la fanciulla si dimostrò un’amabile conversatrice. Mentre l’ascoltavo parlare mi accorsi per la prima volta di quanto fosse bella e aggraziata; di una bellezza e di una grazia, per così dire, antiche. Indossava lo stesso vestito bianco e portava i capelli legati con un nastrino azzurro, facendo mostra di quell’eleganza spontanea che trova origine nella semplicità, e che poche persone possono vantare. È strano come alle volte la bellezza si lasci cercare, piuttosto che palesarsi fin da subito, e quando infine la troviamo, questa si dimostra ben più luminosa della semplice appariscenza. Quando arrivammo di fronte alla porta della chiesa, la ragazza indugiò qualche istante ancora, e infine scomparve oltre la soglia, lasciandomi più pensieroso e scosso della prima volta.

Senza che ci fossimo in alcun modo accordati, ci incontrammo anche la settimana seguente. Benché dubiti che avesse ormai più bisogno della mia guida, mi offrii ugualmente di accompagnarla ed ella accettò volentieri. Per la prima volta le dissi il mio nome, ed ella mi rispose di chiamarsi Olimpia Delledera. Quel nome mi suonò familiare, come l’avessi già sentito pronunciare molte volte, ma non seppi spiegarmi il motivo. Camminammo insieme lungamente, fino a che si volle sedere all’ombra di una grossa quercia per riprendere fiato. La conversazione proseguiva piacevolmente e senza che gli occasionali silenzi ne intralciassero lo scorrere. Ho sempre pensato che soltanto gli animi più sereni possano permettersi di restare in silenzio, senza che questo divenga fonte d’imbarazzo. Olimpia sembrava godere sinceramente della mia compagnia e, raccogliendo dei fiori tra l’erba, rideva ai miei scherzi. Mi convinsi allora di aver trovato in lei uno spirito affine al mio, e ogni istante che trascorrevo in sua presenza finiva coll’imprimersi tanto bene nella memoria che la notte potevo risentire il suono della sua voce e scorgere di nuovo il suo vestito bianco.

Le domeniche successive ci incontrammo presso la stessa panchina e trascorremmo passeggiando insieme interi pomeriggi. Sebbene non nasconda che provassi una certa curiosità, non le chiesi mai per quale motivo si recasse nella chiesa di quel cimitero; non volevo sembrare inopportuno, e non avevo nessuna intenzione di rompere quell’incanto. Ogni sera la accompagnavo fino alla soglia della cappella, e l’ultimo sorriso che mi lanciava prima di voltarsi bastava a darmi la forza di aspettare una settimana. Quel cimitero era diventato per me il luogo più dolce avessi mai frequentato; ne imparai a memoria ogni singolo cantone e spesso mi ritrovai a percorrerne i vialetti di ghiaia anche in sogno.

Una sera, poco prima che il sole tramontasse, camminavamo silenziosi, entrambi immersi da qualche tempo nei rispettivi pensieri, quando sentii la sua mano fredda e leggera afferrare la mia. Mi riscossi subito cercando qualcosa di adatto da dire, ma non seppi far altro che restar muto, e così fece lei. Continuammo a passeggiare mano nella mano fino alla chiesa, e nessuno dei due proferì parola alcuna. Non v’era molto che potessimo aggiungere a quel gesto, nato con tanta naturalezza e che con tanto garbo svelava i nostri cuori. Non posso dire d’esser stato folgorato dall’emozione; ero d’una serenità pacifica piuttosto e, per la prima volta, felice.

Quando fu il momento di separarci, si voltò e mi sorrise più lungamente del solito. Mi parve allora di scorgere una lacrima bagnarle gli occhi, ma ormai era calata la notte e immaginai d’essermi ingannato. Quando la vidi sparire nelle tenebre, ebbi per un istante l’irresistibile tentazione di seguirla dentro alla chiesa, ma qualcosa mi trattenne e restai sul sagrato immerso nell’oscurità.

La domenica seguente, prima di varcare il cancello del cimitero, mi fermai ad acquistare dei fiori. Attraversando il viale principale mi imbattei in un’anziana coppia intenta a rimuovere il muschio dal marmo di una lapide. Quando mi videro con i fiori in mano, interruppero per un attimo il loro lavoro e mi rivolsero entrambi un sorriso compassionevole. Affrettai il passo e raggiunsi la panchina per primo. Mi sedetti, chiedendomi se nel porger quel mazzo avessi dovuto dire qualcosa di solenne. Tutto intento nell’inventare una frase che non suonasse goffa o ridicola, in principio non mi accorsi del passare del tempo. Soltanto la campana delle quattro mi riscosse, e dal momento che Olimpia non si era ancora mostrata, iniziai a preoccuparmi. Pensai che forse quella domenica avrebbe tardato, eppure dal primo incontro non aveva mai mancato il tacito appuntamento. Dopo un’ora non era ancora arrivata, e iniziai a dubitare che sarebbe venuta. Attesi fino alle sei quando, preso dallo sconforto, abbandonai la panchina. Pensai allora di passare davanti alla chiesa, auspicando di trovarla in quel luogo. Mi incamminai velocemente e presto fui sul sagrato, ma mi accorsi subito che la porta era già stata serrata dal guardiano e che dunque non potevo più sperare di incontrarla quel giorno. Stavo per andarmene quando notai un nastrino azzurro legato alla grossa maniglia d’ottone, lo stesso che Olimpia portava nei capelli. Lo slegai avendo cura di non strapparlo e lo misi in tasca. Presi la via di casa con passo svelto, mentre mille pensieri confusi mi affollavano la mente. Ebbi la strana sensazione di aver intuito una verità, senza riuscire ancora ad afferrarla del tutto.

Ero quasi giunto al cancello quando un brivido m’attraversò la schiena. Per un istante m’era parso di scorgere con la coda dell’occhio qualcosa di familiare, sebbene non avessi idea di cosa si trattasse. Volsi lo sguardo in quella direzione e, alla luce tremolante dei lampioni, sulla lapide più vicina lessi: Olimpia Delledera, 1856-1880.

Rimasi immobile in quel luogo per alcuni minuti. Si potrebbe pensare che mi avessero preso grande dolore e afflizione, ma non fu così. Mi accorsi semplicemente d’aver scoperto ciò che segretamente sapevo fin dal primo momento, e che avevo deciso di tener nascosto a me stesso. Con una malinconia più dolce che mesta, avvolsi il mazzo di fiori nel nastrino azzurro e lo deposi ai piedi della tomba resa scura dal tempo. La notte era ormai calata e, alla luce della luna che splendeva sopra le cime degli alberi, mi incamminai verso casa.


Della zuppiera in duplice copia

Mio nonno morì quando ero ancora bambino, e di lui non possiedo molti ricordi. Eppure quei pochi che la memoria ha saputo trattenere, sono infissi con tale lucidità nella mia mente che, nel rievocarli, riscopro le stesse emozioni che avevo provato un tempo, e mi par di risentir le voci, gli odori e financo i pensieri di allora.

Di mio nonno ricordo la bella persona, slanciata e dignitosa nelle movenze, in cui forse da giovanissimo mi parve d’individuare una certa affinità fisica, il che rese la simpatia che provavo per lui ancor più profonda. Tuttavia ciò che più d’ogni altra cosa lo rendeva così caro ai miei occhi, e che rafforzava quel legame che a volte può nascer solo saltando una generazione, era il suo contegno. Nelle parole e nei gesti che egli aveva per me, era insita per natura quella severità bonaria che i fanciulli preferiscono sì maggiormente trovar negli adulti; questo poiché, quando a carezzarli e a rimproverarli è la stessa fermezza, par loro di scoprire un’integrità d’intenti esemplare.

Un ricordo in particolare è serbato nella mia memoria con grande chiarezza, forse poiché fu l’ultimo che ebbi la fortuna d’aggiungervi. Mio nonno possedeva due zuppiere da insalata in fine ceramica, decorate da un tratto deciso e pulito secondo un gusto che ormai si direbbe antico, e che ben rispecchiava la sua personalità. Non saprei dire dove le avesse acquistate o se le avesse ricevute in dono, ma nella mia fantasia di fanciullo quei due oggetti erano intimamente legati alla sua figura. Anche ora, nel rievocarne l’immagine, non riesco ad ignorare quel legame che associa, con la forza d’un simbolo, la persona all’oggetto. Ad esser precisi però, solamente una delle due zuppiere può dirsi realmente importante nel mio ricordo. Questo poiché, sebbene fossero esattamente identiche, solamente una veniva utilizzata, mentre l’altra se ne stava rinchiusa dietro al vetro della credenza. Il nonno, in un vezzo dovuto forse all’età, e che proprio per l’età gli si perdonava, aveva preso abitudine di consumare tutti i pasti nella zuppiera e, dacché ho memoria, così aveva fatto senza che mai vi fosse stata eccezione. A guardar da vicino, non sono forse queste innocue stravaganze dei vecchi del tutto simili a certi capricci che i genitori più permissivi concedono ai loro figli?

Non occorreva di rado che pranzassi assieme ai miei nonni e, nel silenzio così dignitoso e composto che calava sulla tavola, mi scoprivo osservar di nascosto i lineamenti severi del nonno che mangiava. Alle volte accadeva che egli, sollevato lo sguardo e incontrati i miei occhi curiosi, schiudesse la nobile bocca in un sorriso sottile. Benché il ricordo sia ancora vivido nella mia mente, non so ora descrivere a parole l’emozione che suscitava in me quel raro gesto. I quadri immobili appesi ai muri, tra i quali riecheggiava il ticchettio della pendola nel silenzio del pasto, e la nonna seduta al mio fianco e il nonno a capotavola dietro alla zuppiera, rappresentavano le cose esattamente come dovevano essere, com’erano state da sempre e come per sempre sarebbero state. La sicurezza di trovare quel luogo immutato era la segreta ragione per cui desinarvi mi procurasse tanto piacere.

Un giorno mi accorsi che sul bordo della zuppiera correva per qualche centimetro una sottile linea nera. Dapprima la credetti essere un capello; tuttavia l’indomani la scoprii ancora presente, ed anche più lunga di qualche centimetro. Ben presto capii che si trattava di un’incrinatura, e che questa andava avanzando lungo la ceramica. Nessun’altro se n’era accorto, giacché era ben più sottile di quanto l’occhio d’un anziano potesse vedere. Vorrei poter spiegare il motivo per cui non avvertii io stesso il nonno, ma così come mi era oscuro allora, m’è adesso. Mi limitai invece a studiare di volta in volta, con attenzione quasi scientifica, il progredire silenzioso di quella cricca. Non mi interrogai mai su cosa sarebbe successo quando avrebbe raggiunto il bordo opposto della zuppiera; osservavo soltanto, nel silenzio del pasto, ascoltando il ticchettare della pendola e il rumore delle posate.

Trascorse così del tempo, abbastanza perché l’osservazione della crepa perdesse di interesse e, visto che nulla sembrava accadere, finii per dimenticarmene. Poi un giorno, alcuni mesi più tardi, mentre io e mio nonno eravamo seduti in attesa del pranzo, mia nonna, che apparecchiava la tavola, posò la famosa zuppiera sopra la tovaglia e questa, senza alcun suono, si aprì a metà come una conchiglia. Ricordo con estrema chiarezza i momenti che seguirono; dapprima mi prese un certo spavento, e poi mi scoprii attendere preoccupato la reazione del nonno. Temevo si sarebbe arrabbiato, benché non fosse di natura iraconda; magari avrebbe anche sgridato mia nonna, che pure non aveva colpa. Del resto, cercai di rassicurarmi, dal momento che la zuppiera poteva esser facilmente sostituita con la sua gemella, non era poi un gran danno quello accaduto. Mio nonno invece non si arrabbiò; rimase zitto per qualche istante, fissando con fare imperscrutabile i due cocci quasi simmetrici che aveva davanti. Poi s’alzò e, con quella che a me parve una certa solennità, li raccolse e li gettò via. Infine, mentre io e mia nonna lo osservavamo in silenzio, aprì la credenza, ma invece di prendervi l’altra zuppiera come ci aspettavamo, scelse un piatto qualsiasi e tornò imperturbato a sedersi. Non ricordo altro di quel giorno, se non che quando fu il momento di coricarsi, nella segreta intimità del mio letto, mi abbandonai ad un lungo ed inspiegabile pianto.

Pochi mesi dopo mio nonno s’ammalò d’una malattia polmonare e, senza che l’infermità riuscisse a prostrarlo nello spirito, si spense. Quando i miei genitori mi comunicarono quella notizia fui preso da grande tristezza e, tra le braccia materne, non seppi trattenere i singhiozzi. Strano a dirsi però, mi scoprii versare meno lacrime di quante ne avessi avute per la zuppiera spezzata, il che mi turbò vagamente all’epoca, e m’è oggi del tutto inspiegabile.

Molti anni più tardi, quando raggiunsi la maggior età, fui messo al corrente dei beni che mio nonno aveva voluto lasciarmi. Oltre ad un piccolo capitale ed alcuni suoi libri, nel testamento compariva la seconda zuppiera, la gemella intonsa che per tanti anni era stata chiusa dietro al vetro della credenza. Tutti si interrogarono su quella che a loro pareva una stranezza, ed io non seppi, e forse neppure volli, dare alcuna spiegazione. Mi prese invece una strana nostalgia, che fu però presto scalzata dalle mille altre preoccupazioni d’un ragazzo che si appresta a diventare uomo.

Ora che la maggior età l’ho raggiunta per più di tre volte, ripenso con piacere a quei momenti, non senza una vena di malinconia. Eppure quella zuppiera non l’ho mai utilizzata; la conservo dietro al vetro d’una credenza, ed ogni tanto le lancio uno sguardo. Forse attendo d’esser più vecchio, d’avere un sorriso più severo, d’avere un nipote. Forse invece ho soltanto paura di romperla.