Prevenire è meglio che pensare

Tra le rigogliose colline del Coventshire, in una grande villa di campagna, vivevano Bob e Melina insieme alla figlioletta Vera. Marito e moglie si dedicavano assiduamente e con incredibile premura alla cura della bambina. Fin da piccola, Vera aveva ricevute mille indicazioni circa i molti pericoli che si nascondevano oltre i cancelli della villa e, per sicurezza, le era stato fermamente proibito di abbandonare le mura domestiche. Bob e Melina, che molto amavano la figlia, la tenevano costantemente d’occhio, ed escogitavano ogni giorno nuovi modi per proteggerla. Da quando era nata, essi avevano adoperato i migliori e più costosi ritrovati della scienza medica per difenderla dalle più svariate affezioni, da quelle più antiche a quelle più recenti, da quelle più gravi a quelle più innocue, che sono in realtà le più pericolose. Vera poteva dunque stare tranquilla, dopo anni di iniezioni era praticamente protetta contro ogni rischio che la mente più fantasiosa potesse immaginare.

La bambina, nonostante le cure dei genitori, cresceva forte e sana; certo soffriva la sua reclusione, ma in fondo sapeva che era per il suo bene, anche se ogni tanto faceva i capricci: “Ti prego papà, lasciami andare a vedere i miei amici!” Ma Bob, con voce grave, era inflessibile: “Non se ne parla nemmeno. Potrai vederli solamente quando anche tutti loro saranno stati curati.” E poi aggiungeva, carezzandole la testa e parlando con tono più gentile: “Figlia mia, te l’ho già spiegato tante volte, se vuoi proteggere il gregge devi comportarti da pecorella.”

Alle volte Vera si ribellava, ma più che altro per spirito adolescenziale. Fortunatamente, i due genitori, che tenevano alla sua salute come fosse un tesoro, erano saldi nei loro principi e non ammettevano repliche: lo sanno tutti che prevenire è meglio che curare. Melina, con voce severa ma giusta, aggiungeva che, anzi: “prevenire è anche meglio che pensare.” La questione era chiusa, e non si poteva discutere. Della salute certo non si discute.

Quelle volte che Vera proprio non ne voleva sapere di farsi piantare in fronte l’ennesima siringa, Bob adottava alcuni stratagemmi per convincerla, così come fanno i genitori più pazienti. Ad esempio, aggiungeva un foglio bianco al giornale del giorno, e vi scriveva, imitando i caratteri degli altri articoli, che alcuni scienziati avevano scoperto un nuovo, terribile morbo, e che era imprescindibile sottoporsi a iniezione istantanea. Ogni tanto poi, in cambio di un invito a cena, un medico loro amico si presentava alla villa e, spaventata un poco la bambina con racconti grotteschi, la convinceva finalmente a lasciarsi curare.

Vera, che pure amava i suoi genitori, era triste, e la sua tristezza cresceva di giorno in giorno, senza che ella potesse farci alcunché. Alle volte la madre la scopriva piangere nel buio della sua cameretta: “Ma perché proprio io?” singhiozzava Vera, con il volto nascosto nei palmi, “ci sono più di sette miliardi di persone al mondo…”. Ma la madre la rassicurava con voce dolce: “Una cosa alla volta, figlia mia. Una cosa alla volta”. E, dopo averle dato il vaccino della buonanotte, le rimboccava amorevolmente la mascherina.

Gli anni passavano, e Vera era diventava una bellissima ragazza. Lasciava ancora che i genitori la curassero, ma in lei non c’erano più l’entusiasmo e la fiducia di un tempo. Non poteva certo mettere in discussione la buonafede di coloro che si erano occupati di lei fin dalla nascita, eppure cresceva segreta nel suo cuore una nuova diffidenza. I trucchetti del padre, che un tempo la facevano sorridere, ora le parevano meschini, e il comportamento della madre le pareva troppo suadente per essere disinteressato. Prendeva tutto ciò che le davano, ma lo faceva più che altro per non scontentare nessuno.

Infine, una mattina di tarda primavera, Vera stava guardando assorta dalla finestra, come spesso faceva negli ultimi tempi. Alcune nuvole velavano il sole, ricoprendo ogni cosa di una luce dai toni grigi e un poco spenti. Il suo sguardo vagava lungo le lontane colline, attraversava i boschi, si perdeva nei frutteti in fiore, e indugiava sulle sponde del fiume. Poi, all’improvviso, si alzò il vento. In un batter d’occhio le nuvole furono spazzate via e il cielo si aprì. Il sole poté finalmente tornare a stendere il suo manto dorato su tutta la campagna che, ancora bagnata dalla rugiada, prese a luccicare di mille riflessi. Vera rimase lungamente incantata nel contemplare quello spettacolo, e le parve di vedere per la prima volta ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi. Tutto era così luminoso, così bello, così giusto e semplice.

Scossa da quella visione, scese le scale e uscì silenziosamente in giardino. I genitori, che la stavano sorvegliando, si precipitarono fuori per sgridarla duramente e per riportarla dentro al più presto, prima che le succedesse qualcosa di terribile; entrambi gridavano terrorizzati all’idea di perderla, di perdere il loro tesoro. Ma Vera si limitò a dondolare piano il capo, mentre respirava il profumo terso dell’aria mattutina. Si incamminò verso l’uscita, mentre la madre la malediva e il padre, disperato, le urlava: “Lasciati almeno impiantare una qualche diavoleria, così sapremo sempre dove sei e potremo ancora prenderci cura di te, da lontano!”.
Allora Vera si voltò un’ultima volta verso Bob e Melina e si inchinò vistosamente. “Grazie, magari domani” disse, e con un sorriso fu oltre il cancello.


La ragazza del cimitero

Quando scoprii che quello che avevo creduto essere il giardino di una villa era in realtà il parco del cimitero cittadino, presi l’abitudine di trascorrervi i miei pomeriggi domenicali. Non so spiegare in che modo quel luogo esercitasse su di me tale attrattiva, eppure non sarei del tutto sincero se dicessi che erano soltanto i grandi alberi frondosi e le aiuole ben curate a richiamarmi ogni domenica. Il parco mostrava un’eleganza garbata e armoniosa, ma l’atmosfera che segretamente ammiravo scaturiva dal fatto che, dopotutto, quello era un cimitero. Non v’era nulla di triste, di lugubre, o morboso nella mia nuova abitudine; del resto cercavo soltanto quella placida tranquillità che raramente avevo trovato altrove.

Nelle prime ore dopo pranzo, quando i rintocchi della piccola chiesa al centro del parco erano ancora troppo pochi per risultar fastidiosi, si poteva passeggiare indisturbati per ore senza incontrare nessuno. Con un libro sotto al braccio percorrevo allora la poca strada che separava la mia abitazione dal cancello del parco e imboccavo il viale principale. I sentieri di ghiaia si diramavano senza un ordine particolare, tanto che chi li avesse percorsi per la prima volta, distratto dalla profonda calma di quel luogo, avrebbe di certo finito col perdere il senso dell’orientamento. Dopo pochi minuti ero già assorto nei miei pensieri, e in quello stato invidiabile vagavo senza meta per circa un’ora, finché le ginocchia non cominciavano a dolermi e cercavo dunque una panchina. Estratto il mio libro leggevo a lungo, fin quando non sentivo la campana mandare sei colpi distanti e il sole cominciava a sparire dietro alle montagne. Sulla strada di ritorno salutavo il custode che chiudeva la chiesa e mi affrettavo verso casa, rincuorato dal sapere che la domenica seguente sarei tornato a camminare tra quegli alberi.

Spesso durante le mie passeggiate, senza accorgermene, cominciavo a leggere le vecchie lapidi di pietra abbracciate dall’edera. Mi pareva allora di distinguere chiaramente l’eco di un mondo antico e scomparso riverberare dalle lettere dorate e, quasi per gioco, ripetevo nella mente quei nomi appartenuti a chissà chi e mi immaginavo quelle vite lontane.

Alle volte mi imbattevo in qualche anziano visitatore del cimitero e, dato che ero l’unico giovane che frequentasse quel luogo, mi venivano rivolti dei gentili sorrisi di compassione, come se avessi celato una grande sofferenza, quando invece l’essere lì era per me causa di grande piacere. Osservavo con curiosità quei visi che il tempo aveva segnato, e presto mi accorsi che non vi si poteva scorgere alcuna traccia di dolore. C’era invece una nascosta dolcezza nell’anziana signora che, con due fedi al dito, cambiava l’acqua dei crisantemi e, senza avermi scorto, sussurrava qualche parola. O nel vecchio chino e silenzioso che strappava lentamente le erbacce intorno alla tomba della moglie, come preparasse un secondo letto di nozze. Il dolore appartiene più ai giovani che ai vecchi e, in fondo, così anche la morte.


Una domenica, mentre avevo da poco iniziato la lettura di un nuovo libro, ad un tratto sentii una voce femminile domandare: «Chiedo scusa, temo di aver smarrito la strada, sarebbe così gentile da indicarmi come raggiunger la chiesa?»

Dal momento che non vi era altri all’infuori di me, alzai la testa per rispondere. Mi figuravo una di quelle anziane signore che alle volte m’era capitato di accompagnare, e invece scorsi una fanciulla di circa vent’anni con un lungo vestito bianco e i capelli raccolti. Sorrideva in silenzio, aspettando la mia risposta. Cercando di illustrarle la strada mi accorsi però che, benché avessi imparato ad orientarmi in quel posto percorrendolo in lungo e in largo, ora che dovevo ripetere quei riferimenti che avevo memorizzato sovrappensiero, non sapevo venirne a capo. Dopo qualche minuto di inutili tentativi, mi offrii di accompagnarla io stesso, ed ella si dimostrò ben contenta.

Ci incamminammo in silenzio lungo un sentiero costeggiato da alcune querce, e presto la punta del campanile comparve in lontananza, svettando sopra le cime degli alberi. Mi domandai con curiosità cosa spingesse la ragazza a frequentare quel luogo, ma non mi permisi la sfrontatezza di chiedere. Pure non pareva affatto addolorata, come fosse lì per pianger qualcuno, né portava con sé dei fiori che avrebbe potuto lasciar su una tomba. Avanzava con passo tranquillo e aggraziato, e la si sarebbe detta la creatura più spensierata del mondo.

Giunti a pochi passi dall’entrata della chiesa, una costruzione dalle fattezze ben proporzionate seppur piuttosto semplici, si voltò per ringraziarmi calorosamente e mi sorrise. Rimasi a guardarla scomparire oltre l’oscurità della porta e poi me ne tornai sui miei passi. Quell’incontro mi aveva inspiegabilmente turbato e, ripreso in mano il mio libro, mi scoprii rileggerne più volte le medesime frasi.

La domenica successiva sedevo sulla stessa panchina, quando sobbalzai nel sentire la voce della ragazza. Si era persa nuovamente e mi supplicava di accompagnarla ancora verso la chiesa, scusandosi vivacemente per l’incomodo. In realtà, benché mi sforzassi di non darlo troppo a vedere, mi rallegravo grandemente di averla incontrata di nuovo. Questa volta scelsi un percorso un poco più lungo e la fanciulla si dimostrò un’amabile conversatrice. Mentre l’ascoltavo parlare mi accorsi per la prima volta di quanto fosse bella e aggraziata; di una bellezza e di una grazia, per così dire, antiche. Indossava lo stesso vestito bianco e portava i capelli legati con un nastrino azzurro, facendo mostra di quell’eleganza spontanea che trova origine nella semplicità, e che poche persone possono vantare. È strano come alle volte la bellezza si lasci cercare, piuttosto che palesarsi fin da subito, e quando infine la troviamo, questa si dimostra ben più luminosa della semplice appariscenza. Quando arrivammo di fronte alla porta della chiesa, la ragazza indugiò qualche istante ancora, e infine scomparve oltre la soglia, lasciandomi più pensieroso e scosso della prima volta.

Senza che ci fossimo in alcun modo accordati, ci incontrammo anche la settimana seguente. Benché dubiti che avesse ormai più bisogno della mia guida, mi offrii ugualmente di accompagnarla ed ella accettò volentieri. Per la prima volta le dissi il mio nome, ed ella mi rispose di chiamarsi Olimpia Delledera. Quel nome mi suonò familiare, come l’avessi già sentito pronunciare molte volte, ma non seppi spiegarmi il motivo. Camminammo insieme lungamente, fino a che si volle sedere all’ombra di una grossa quercia per riprendere fiato. La conversazione proseguiva piacevolmente e senza che gli occasionali silenzi ne intralciassero lo scorrere. Ho sempre pensato che soltanto gli animi più sereni possano permettersi di restare in silenzio, senza che questo divenga fonte d’imbarazzo. Olimpia sembrava godere sinceramente della mia compagnia e, raccogliendo dei fiori tra l’erba, rideva ai miei scherzi. Mi convinsi allora di aver trovato in lei uno spirito affine al mio, e ogni istante che trascorrevo in sua presenza finiva coll’imprimersi tanto bene nella memoria che la notte potevo risentire il suono della sua voce e scorgere di nuovo il suo vestito bianco.

Le domeniche successive ci incontrammo presso la stessa panchina e trascorremmo passeggiando insieme interi pomeriggi. Sebbene non nasconda che provassi una certa curiosità, non le chiesi mai per quale motivo si recasse nella chiesa di quel cimitero; non volevo sembrare inopportuno, e non avevo nessuna intenzione di rompere quell’incanto. Ogni sera la accompagnavo fino alla soglia della cappella, e l’ultimo sorriso che mi lanciava prima di voltarsi bastava a darmi la forza di aspettare una settimana. Quel cimitero era diventato per me il luogo più dolce avessi mai frequentato; ne imparai a memoria ogni singolo cantone e spesso mi ritrovai a percorrerne i vialetti di ghiaia anche in sogno.

Una sera, poco prima che il sole tramontasse, camminavamo silenziosi, entrambi immersi da qualche tempo nei rispettivi pensieri, quando sentii la sua mano fredda e leggera afferrare la mia. Mi riscossi subito cercando qualcosa di adatto da dire, ma non seppi far altro che restar muto, e così fece lei. Continuammo a passeggiare mano nella mano fino alla chiesa, e nessuno dei due proferì parola alcuna. Non v’era molto che potessimo aggiungere a quel gesto, nato con tanta naturalezza e che con tanto garbo svelava i nostri cuori. Non posso dire d’esser stato folgorato dall’emozione; ero d’una serenità pacifica piuttosto e, per la prima volta, felice.

Quando fu il momento di separarci, si voltò e mi sorrise più lungamente del solito. Mi parve allora di scorgere una lacrima bagnarle gli occhi, ma ormai era calata la notte e immaginai d’essermi ingannato. Quando la vidi sparire nelle tenebre, ebbi per un istante l’irresistibile tentazione di seguirla dentro alla chiesa, ma qualcosa mi trattenne e restai sul sagrato immerso nell’oscurità.

La domenica seguente, prima di varcare il cancello del cimitero, mi fermai ad acquistare dei fiori. Attraversando il viale principale mi imbattei in un’anziana coppia intenta a rimuovere il muschio dal marmo di una lapide. Quando mi videro con i fiori in mano, interruppero per un attimo il loro lavoro e mi rivolsero entrambi un sorriso compassionevole. Affrettai il passo e raggiunsi la panchina per primo. Mi sedetti, chiedendomi se nel porger quel mazzo avessi dovuto dire qualcosa di solenne. Tutto intento nell’inventare una frase che non suonasse goffa o ridicola, in principio non mi accorsi del passare del tempo. Soltanto la campana delle quattro mi riscosse, e dal momento che Olimpia non si era ancora mostrata, iniziai a preoccuparmi. Pensai che forse quella domenica avrebbe tardato, eppure dal primo incontro non aveva mai mancato il tacito appuntamento. Dopo un’ora non era ancora arrivata, e iniziai a dubitare che sarebbe venuta. Attesi fino alle sei quando, preso dallo sconforto, abbandonai la panchina. Pensai allora di passare davanti alla chiesa, auspicando di trovarla in quel luogo. Mi incamminai velocemente e presto fui sul sagrato, ma mi accorsi subito che la porta era già stata serrata dal guardiano e che dunque non potevo più sperare di incontrarla quel giorno. Stavo per andarmene quando notai un nastrino azzurro legato alla grossa maniglia d’ottone, lo stesso che Olimpia portava nei capelli. Lo slegai avendo cura di non strapparlo e lo misi in tasca. Presi la via di casa con passo svelto, mentre mille pensieri confusi mi affollavano la mente. Ebbi la strana sensazione di aver intuito una verità, senza riuscire ancora ad afferrarla del tutto.

Ero quasi giunto al cancello quando un brivido m’attraversò la schiena. Per un istante m’era parso di scorgere con la coda dell’occhio qualcosa di familiare, sebbene non avessi idea di cosa si trattasse. Volsi lo sguardo in quella direzione e, alla luce tremolante dei lampioni, sulla lapide più vicina lessi: Olimpia Delledera, 1856-1880.

Rimasi immobile in quel luogo per alcuni minuti. Si potrebbe pensare che mi avessero preso grande dolore e afflizione, ma non fu così. Mi accorsi semplicemente d’aver scoperto ciò che segretamente sapevo fin dal primo momento, e che avevo deciso di tener nascosto a me stesso. Con una malinconia più dolce che mesta, avvolsi il mazzo di fiori nel nastrino azzurro e lo deposi ai piedi della tomba resa scura dal tempo. La notte era ormai calata e, alla luce della luna che splendeva sopra le cime degli alberi, mi incamminai verso casa.